Note di sala per gli allievi del Briccialdi
Concerto verdiano 2026
Tre cori, tre modi diversi di sentire la patria
Nel programma del concerto ci sono tre cori che vale la pena mettere uno accanto all’altro: O Signore, dal tetto natio da I Lombardi alla prima crociata, Patria oppressa! da Macbeth e Va, pensiero da Nabucco.
Parlano tutti, in modi diversi, della patria e della lontananza. Ma il sentimento non è lo stesso, e può essere interessante provare a sentirne le differenze anche mentre si canta.
Va, pensiero — Nabucco
Gli Ebrei sono prigionieri a Babilonia e pensano a Gerusalemme, al Giordano, a Sion.
Il dolore c’è, ma non è ancora disperazione. C’è soprattutto il ricordo, e quel ricordo tiene ancora unito il popolo.
o t’ispiri il Signore un concento
che ne infonda al patire virtù.
Non stanno ancora dicendo: saremo liberi. Stanno chiedendo la forza per sopportare.
Subito dopo sarà Zaccaria ad annunciare la futura liberazione.
In Va, pensiero il dolore convive con il ricordo e con la nostalgia. Non è ancora disperazione: c’è ancora la possibilità di chiedere una forza per sopportare.
O Signore, dal tetto natio — I Lombardi alla prima crociata
Qui la situazione è diversa.
I crociati sono ormai vicini a Gerusalemme, ma sono sfiniti dalla fatica e dalla sete. Ed è proprio allora che il pensiero torna alla Lombardia: l’acqua, i ruscelli, i laghi, le vigne.
È quasi una crudeltà della memoria: più tornano con la mente alla freschezza della loro terra, più sentono la sabbia e la sete.
Dono infausto, crudele è la mente
che vi pinge sì veri agli sguardi…
Ma il coro è anche una preghiera:
Deh non far che ludibrio alle genti
sieno, Cristo, i tuoi fidi guerrier!
Sono uomini stanchi, arrivati quasi al limite delle proprie forze, e chiedono aiuto.
Subito dopo verranno annunciate le acque di Siloe.
Qui non c’è soltanto nostalgia. Prima viene la stanchezza, quella vera, fisica: sete, sabbia, fatica. Ed è proprio quando le forze vengono meno che nasce la preghiera.
Patria oppressa! — Macbeth
Con Patria oppressa il clima cambia completamente.
La Scozia non è lontana. È lì. Ma Macbeth l’ha resa un luogo di paura e di morte.
Patria oppressa! il dolce nome
no, di madre aver non puoi,
or che tutta a’ figli tuoi
sei conversa in un avel.
La patria intera è diventata una tomba.
Più avanti arrivano questi versi:
Suona a morto ognor la squilla,
ma nessuno audace è tanto
che pur doni un vano pianto
a chi soffre ed a chi muor.
Ci sono due parole particolarmente forti: audace e vano.
Ci vuole coraggio perfino per piangere. Sotto una tirannide anche mostrare il dolore può diventare pericoloso: piangere una vittima significa riconoscerla, esporsi, far capire da che parte si sta. E quel pianto, comunque, sembra ormai inutile.
La paura è arrivata al punto da impedire anche il lutto.
Eppure Verdi affida proprio al coro quel dolore che il testo dice quasi impossibile esprimere. Il coro diventa così il luogo in cui quel pianto, che individualmente sembra non trovare più spazio, può finalmente diventare voce comune.
Qui non c’è la nostalgia di Va, pensiero né la preghiera de I Lombardi: c’è un dolore fermo, senza consolazione.
Tre cori, tre situazioni diverse
In Va, pensiero la patria vive ancora nel ricordo.
Ne I Lombardi la patria torna alla mente quando la fatica è diventata quasi insopportabile.
In Patria oppressa la patria è davanti agli occhi, ma non è più riconoscibile.
Sono differenze che possono sentirsi anche nel modo in cui si canta.
Non serve caricare troppo l’interpretazione. Basta sapere bene che cosa si sta dicendo.
Spero che tutti i coristi leggano queste righe illuminanti. Allora cantare, anche per un non professionista, può diventare arte.
Grazie Maestro Massimo